Se non avete mai studiato il greco antico e desiderate farlo, pur non essendo più in età da liceo, non vi scoraggiate. Leggete piuttosto questi passi tratti dalla Vita di Alfieri (capitoli 24 e 25), dove il famoso tragediografo, non particolarmente in buona salute, racconta di aver voluto tentare. Con ottimi risultati!

“Meglio tardi che mai. Trovandomi dunque in età di anni quarantasei ben suonati, ed aver bene o male da venti esercitata e professata l’arte di poeta lirico e tragico, e non aver pure mai letto né i tragici greci, né Omero, né Pindaro, né nulla insomma, una certa vergogna mi assalì, e nello stesso tempo anche una lodevole curiosità di vedere un po’ cosa aveano detto quei padri dell’arte…
E successivamente Omero, Esiodo, i tre tragici, Aristofane, ed Anacreonte lessi ad oncia ad oncia studiandoli nelle traduzioni letterali latine, che sogliono porsi a colonna col testo. Quanto a Pindaro, vidi ch’egli era tempo perduto; perché le alzate liriche tradotte letteralmente troppo bestial cosa riuscivano; e non potendolo leggere nel testo, lo lasciai stare…”.

Alfieri inizia con la lettura dei greci in traduzione latina, ma capendo che, così facendo, restava ancora fuori da quel mondo, decide di prendere il toro per le corna.

“Comprate dunque grammatiche a iosa, prima nelle greco-latine, poi nelle greche sole, per far due studj in uno, intendendo e non intendendo, ripetendo tutti i giorni il tupto, e i verbi circonflessi, e i verbi in mi …; ostinandomi sempre piú, sforzando e gli occhi, e la mente, e la lingua, pervenni in fine dell’anno 1797 a poter fissare qualunque pagina di greco, qualunque carattere prosa o verso, senza che gli occhi mi traballassero piú; ad intendere sempre benissimo il testo, facendo il contrario su la colonna latina, di quel che avea fatto dianzi sul greco, cioè gittando rapidamente l’occhio su la parola latina corrispondente alla greca, se non l’avea mai vista prima, o se me ne fossi scordato; e finalmente a leggere ad alta voce speditamente, con pronunzia sufficiente, rigorosa per gli spiriti, e accenti, e dittonghi come sta scritto…”.

Passa ore e ore a leggere ad alta voce vari autori (Senofonte, Tucidide, Erodoto, Platone), ma senza ancora capire molto. Poi, finalmente, inizia a tradurre.

“E finalmente, cominciatomi ad invaghire del greco quanto piú mi pareva d’andarlo intendicchiando, cominciai anche a tradurre; prima l’Alceste d’Euripide, poi il Filottete di Sofocle, poi i Persiani di Eschilo, ed in ultimo per avere, o dare un saggio di tutti, le Rane di Aristofane”.

Meglio tardi che mai, no?

Nell’immagine, un frammento delle Storie di Erodoto.

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