È notte fonda e ad Agrigento tutti dormono profondamente. Al tempio di Ercole, uno dei più venerati dalla città, le guardie sono state messe in fuga da un manipolo di schiavi armati di mazze e bastoni. Il loro compito è portare via la statua di bronzo del dio, a cui i fedeli sono molto affezionati. Agiscono per conto di Verre, che da pretore si è ormai trasformato in predone. L’impresa, però, si risolve in un insuccesso, messo in ridicolo dall’ironia di Cicerone, che sottolinea come i “milites” del pretore romano siano riusciti a portare via solo due minuscole statuette (“sigilla perparvula”), dopo aver passato un’ora a cercare di smuovere la statua del dio, e dalla battuta dei siciliani che, in seguito al fatto, paragonarono Verre al cinghiale di Erimanto (“verres”, in latino, significa verro, porco), una delle fatiche di Ercole.

Ad Agrigento, non lontano dal foro, c’è un tempio dedicato ad Ercole che gli abitanti considerano particolarmente sacro e inviolabile. Lì si trova una statua di bronzo dello stesso Ercole, certamente una delle più belle che io abbia mai visto – non che di questi oggetti io capisca molto, pur avendone visti tanti – così bella, o giudici, che la sua bocca e il suo mento sono piuttosto abrasi perché, durante le preghiere e le offerte votive, essi la baciano in atto di venerazione.
Su questo tempio, mentre codesto si trovava ad Agrigento, si riversa nel cuore della notte, senza che nessuno potesse prevederlo, un assalto in massa di schiavi armati, capeggiati da Timarchide. Le sentinelle e le guardie del tempio si mettono a gridare. Inizialmente, benché queste tentino di resistere e di difendere il tempio, malmenate con mazze e bastoni, vengono cacciate.
Poi, strappati i chiavistelli e manomessi i battenti, quelli si apprestano a rimuovere la statua, facendola vacillare con delle leve. Frattanto, a causa delle grida, per tutta la città si diffuse la notizia che gli dei della patria venivano espugnati non da un assalto inatteso di nemici o da un’improvvisa carica di briganti, ma da un manipolo di fuggitivi armati e in assetto da guerra, mandato dalla milizia del pretore, che aveva, invece, compiti di difesa.

Cicerone, In Verrem, II, 4, 94

Nell’immagine, Eracle e il cinghiale di Erimanto, vaso greco a figure nere (V a.C).

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Tutti gli agrigentini, nessuno escluso, anche i più anziani e deboli, si alzarono quella notte, svegliati da tale notizia, e afferrarono la prima arma che capitasse loro a tiro. Dunque, in men che non si dica, la gente accorre in massa al tempio da ogni angolo della città.
Da più di un’ora ormai un gran numero di uomini si dava da fare per smuovere la statua, che, però, non dava segni di cedimento in nessun punto, benché alcuni, usando delle leve, facessero di tutto per spostarla, mentre altri cercavano di tirarla a sé con delle funi, dopo averla completamente legata.
Quand’ecco che improvvisamente arrivano di corsa gli agrigentini. Ne nasce una fitta sassaiola. Si dileguano i soldati notturni di codesto gran bravo generale. Portano comunque via due insignificanti statuette giusto per non tornare a mani vuote da un simile predone di oggetti di culto.
Non c’è sciagura tanto dura per i siciliani da lasciarli a corto di amabili battute, e così, anche in questa circostanza, sostenevano che occorreva annoverare tra le fatiche di Ercole codesto insaziabile verro alla stregua del cinghiale di Erimanto.

In Verrem, II, 4, 95.

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